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Che cosa è la Psicometria
La psicometria è la disciplina che studia la misura di caratteristiche psicologiche. I temi principali sui quali si concentra sono:
- la costruzione, la validazione e la taratura (processo per stabilire le norme di riferimento di un test) di strumenti di misura mirati a rilevare determinati concetti psicologici, come ad esempio un questionario sull’aggressività;
- l’applicazione delle tecniche statistiche necessarie a testare le ipotesi formulate sulla base di teorie psicologiche, (ad esempio per esaminare se l’esposizione a episodi di bullismo favorisca futuri comportamenti aggressivi).
La ricerca scientifica, in psicologia come in altre discipline, è interessata allo studio e all’approfondimento delle relazioni fra variabili. Per indagare le relazioni fra variabili, la statistica è uno strumento indispensabile.

Ad esempio, uno psicologo o ricercatore potrebbe essere interessato a studiare l’efficacia di un trattamento psicoterapeutico nella cura di un disturbo. Al fine di ottenere evidenza scientifica circa l’efficacia di tale trattamento, egli dovrà pianificare una ricerca, articolando accuratamente le sue fasi, e giungere ad una dimostrazione della sua ipotesi di partenza (ovvero che il trattamento sia efficace). La statistica accompagnerà il ricercatore o psicologo lungo tutto il processo, a partire dalla pianificazione della ricerca fino ad arrivare alla dimostrazione di efficacia del trattamento.
Teoria e formulazioni delle ipotesi di ricerca
Per quanto riguarda la teoria e la formulazione delle ipotesi, il processo segue questi passaggi:
- TEORIA: è la prima fase e riguarda la definizione teorica dei concetti d’interesse (ad esempio, avere una conoscenza approfondita di un disturbo psicologico che si vuole curare).
- QUESITO: il ricercatore si pone la domanda di ricerca (ad esempio: in che modo è possibile curare quel disturbo?).
- IPOTESI DI RICERCA: corrisponde alla definizione formale delle aspettative relative al quesito. Ci si aspetta che un gruppo di pazienti con un certo disturbo mostri dei miglioramenti dopo l’esposizione a uno specifico trattamento.

In queste fasi iniziali la statistica ha un rilievo minore
Piano esecutivo
Con il piano esecutivo andiamo ad indagare le ipotesi definite in precedenza:
- IPOTESI OPERATIVE: consiste nella definizione operativa delle ipotesi formulate. In pratica, si specifica che il gruppo di pazienti con un certo disturbo esposto al trattamento mostrerà miglioramenti rispetto a un gruppo con lo stesso disturbo ma non esposto al trattamento.
- POPOLAZIONE: indica gli individui di cui siamo interessati a studiare le caratteristiche (ad esempio i pazienti con quel disturbo). In questa fase la statistica è necessaria per estrarre un campione rappresentativo della popolazione e per stabilire la quantità di individui da includere nella ricerca.
- STRUMENTI: sono i mezzi, come questionari o interviste, che permettono di misurare e quantificare le variabili oggetto di studio. La statistica è fondamentale per costruirli, elaborarli e utilizzarli correttamente.
- METODI STATISTICI: sono le procedure attraverso le quali si intende testare le ipotesi di ricerca, come ad esempio effettuare il confronto tra un gruppo esposto al trattamento e uno non esposto.

Racolta ed elaborazione dei dati
Una volta pianificata la ricerca si continuerà con la raccolta dati
- CALCOLO INDICI STATISTICI: consiste nel trasformare i punteggi rilevati tramite gli strumenti (come un questionario) in indicatori della variabile di interesse (ad esempio, ottenendo un punteggio unico che indichi il livello del disturbo nei pazienti).
- VERIFICA IPOTESI: riguarda l’applicazione di tecniche statistiche per fornire evidenza sulle aspettative teoriche della ricerca. Si utilizza, ad esempio, il test t (un test statistico di confronto) per verificare se i pazienti sottoposti al trattamento riportano effettivamente un livello medio di disturbo minore rispetto a quelli non trattati.
- DISCUSSIONE DEI RISULTATI: basandosi sulle evidenze statistiche ottenute, si esplicitano le conclusioni concettuali della ricerca (ad esempio, affermando che il trattamento risulta efficace per la cura del disturbo).

La misura in psicologia
Concetto di misura
Misurare consiste nello stabilire una corrispondenza tra certe proprietà dei numeri e certe proprietà degli oggetti.
I problemi legati alla misurazione sono presenti in tutte le discipline, ma sono particolarmente rilevanti per le caratteristiche psicologiche (come opinioni o atteggiamenti), in quanto bisogna tradurre concetti astratti in numeri. La differenza fondamentale tra misurare l’altezza e l’aggressività è che l’altezza è una caratteristica direttamente osservabile, mentre l’aggressività non lo è.
- Le grandezze estensive (come l’altezza) hanno specifiche proprietà: sono divisibili in parti, sommabili, direttamente misurabili (percepibili e quantificabili direttamente) e dotate di un’unità campione standardizzata sulla quale operare in termini additivi (come il peso in Kg o la lunghezza in Km).
- Le grandezze intensive (come l’aggressività) si distinguono da quelle estensive poiché non sono direttamente osservabili, ma inferibili indirettamente attraverso determinati indicatori comportamentali.
Le variabili psicologiche sono tutte di tipo intensivo e vengono chiamate costrutti (o costrutti latenti): sono astrazioni teoriche che vengono inferite a partire dall’osservazione del comportamento. Tali grandezze sono comunque graduabili e dunque misurabili.
Visivamente, possiamo immaginare il costrutto (variabile latente, es. Aggressività) che si manifesta attraverso misure o indicatori del comportamento osservato (es. Irritabilità, Impulsività, Risentimento, Violenza).

Se volessimo misurare il costrutto «aggressività» dovremmo seguire questi passaggi:
- definire «teoricamente» ciò che intendiamo per aggressività;
- decidere «cosa» osservare del comportamento (definizione operativa);
- stabilire «come» quantificare il comportamento (es. numero di volte che si presenta o la sua intensità);
- decidere gli strumenti di misura che permettono di quantificare il costrutto.
La difficoltà principale risiede nello stabilire una relazione univoca tra il sistema empirico (comportamento osservato) e quello numerico (quantificazione del comportamento). Tale relazione non è naturale ma convenzionale e teorica. Il ricercatore deve scegliere, tra le proprietà dei numeri e gli strumenti, quelli che teoricamente si adattano meglio alle caratteristiche del costrutto. In questo processo esiste sempre un margine di incertezza o imprecisione, definito errore casuale di misurazione.
Cosa e come misuriamo
La base della misurazione in psicologia è l’osservazione del comportamento (quantificare le osservazioni oggetto di studio).
Le osservazioni si basano su quattro elementi fondamentali:
- LATENZA: corrisponde all’intervallo di tempo che intercorre tra la presentazione di uno stimolo e il verificarsi di uno specifico evento (ovvero la risposta). Un esempio è la misurazione dei tempi di reazione durante la somministrazione del test di Rorschach, in cui si registra il tempo che passa tra la presentazione di una tavola e la prima risposta del soggetto.
- FREQUENZA: corrisponde al numero di volte in cui si presenta un determinato evento.
- DURATA: corrisponde alla quantità di tempo in cui un singolo comportamento viene mantenuto.
- INTENSITÀ: corrisponde al grado di forza con cui si produce o manifesta un fenomeno psicologico. È l’elemento più difficile da definire e misurare, ed è spesso confusa con la frequenza. Esempi di intensità sono i picchi delle onde cerebrali o i valori rilevati nelle scale di atteggiamento.

I test psicologici
I principali strumenti utilizzati per indagare i concetti psicologici sono i test psicologici, il cui scopo principale è misurare le caratteristiche oggetto di interesse.
I tes possono essere:
- TEST COGNITIVI: le risposte vengono valutate su parametri oggettivi di correttezza (giusto/sbagliato).
- TEST NON COGNITIVI: le risposte vengono interpretate come autodescrizione del comportamento ed opinioni individuali. Esempi di questa tipologia sono i test di personalità e le scale di atteggiamento.
I test cognitivi
Possono essere:
- I Test di abilità sono una serie di problemi che misurano le capacità degli individui in specifici ambiti cognitivi, come quello verbale, matematico o spaziale. Sono utilizzati prevalentemente in ambito scolastico.
- I Test di intelligenza sono prove che hanno lo scopo di misurare le abilità generali di ragionamento.
- I Test di profitto sono una serie di quesiti che misurano il grado di padronanza di un insieme di cognizioni. Si differenziano dai test di intelligenza e di abilità per una maggiore contestualizzazione: si concentrano infatti sul grado di competenza raggiunto in una specifica materia piuttosto che su capacità astratte. Sono usati soprattutto in ambito educativo.
- I Test attitudinali hanno l’obiettivo di fornire una stima della performance futura di un individuo. La differenza sostanziale rispetto ai test di abilità risiede nel fatto che questi ultimi misurano la competenza presente, mentre i test attitudinali mirano a predire quella futura.

I test non cognitivi
I test di personalità partono dal presupposto teorico che il comportamento e le sue diverse forme siano riconducibili a caratteristiche personali dell’individuo, denominate tratti.
L’obiettivo è misurare questi tratti attraverso:
- L’intervista faccia a faccia è un metodo molto usato nella pratica clinica (es. diagnosi) e nella psicologia del lavoro (es. selezione). Può essere condotta con diversi gradi di strutturazione:
- Un minore grado di strutturazione porta a una descrizione qualitativa della personalità, utile per cogliere sfumature peculiari.
- Un maggiore grado di strutturazione porta a una descrizione quantitativa, capace di fornire informazioni generalizzabili a più individui.
- L’osservazione diretta assume che i tratti di personalità regolino le modalità del comportamento individuale. Osservando il comportamento è possibile stabilire le caratteristiche tipiche di una persona e prevederne le azioni future.
- I metodi proiettivi, sviluppati originariamente per i disturbi di personalità, si propongono di rilevare tratti profondi e nascosti. Consistono nel mostrare una serie di stimoli ambigui (come macchie di inchiostro) chiedendo al soggetto cosa rappresentano. Tuttavia, presentano numerosi limiti quali una difficile quantificazione, scarsa sistematizzazione e difficile replicabilità.
- I questionari di personalità consistono in una serie di affermazioni (chiamate item) che riguardano comportamenti e sentimenti. Si chiede al rispondente di indicare il grado in cui un determinato comportamento è adatto a descriverlo, solitamente attraverso una scala di risposta (es. da 1 «non mi descrive per niente» a 5 «mi descrive del tutto»). Le risposte ai singoli item vengono aggregate (tramite media o somma) ottenendo un punteggio unitario che delinea i livelli di uno specifico tratto.

Scala di atteggiamento
Le scale di atteggiamento misurano il grado di favore/sfavore verso un oggetto o comportamento. (come il grado di favore o sfavore verso un partito politico o il fumo).
L’atteggiamento ha un ruolo centrale nella ricerca perché è considerato uno dei maggiori predittori del comportamento (ad esempio, avere un atteggiamento favorevole verso un prodotto rende più probabile l’acquisto).
Tra le principali tipologie troviamo:
- Scala Thurstone è composta da una serie di affermazioni che descrivono vari gradi di favore o sfavore verso un oggetto. È poco utilizzata perché richiede una fase di preparazione complessa
- Scala Guttman prevede una serie di affermazioni ordinate secondo un criterio di favore crescente. Anche questa è poco utilizzata
- Scala Likert è costituita da affermazioni che esprimono un atteggiamento positivo o negativo verso un oggetto. Si richiede al soggetto di indicare il proprio grado di accordo con ogni frase utilizzando una scala graduata, solitamente a 5 o 7 passi (ad esempio, posizionandosi tra “in disaccordo” e “in accordo” rispetto alla frase «fumare è piacevole»).
- Scala del differenziale semantico utilizza una lista di aggettivi semanticamente contrapposti (come buono vs cattivo, o positivo vs negativo) posti agli estremi di una scala graduata, generalmente a 5 o 7 passi. Il rispondente descrive la propria valutazione dell’oggetto posizionandosi lungo la scala tra i due aggettivi opposti.

Concetto di validità
La VALIDITÀ è la capacità di uno strumento di cogliere effettivamente la caratteristica o il costrutto che intende misurare, e non altri. Poiché i costrutti psicologici non sono direttamente osservabili, ma vengono misurati attraverso i comportamenti che ne sono una manifestazione, è fondamentale dimostrare che tali comportamenti riflettano il costrutto in modo valido. Verificare la validità è un processo complesso basato su prove indirette e deduzioni logiche.
Il processo di verifica consiste nel constatare che la misura si inserisca coerentemente in una rete di relazioni che rappresenta il significato del costrutto. Questo processo richiede il soddisfacimento di diverse condizioni:
- La VALIDITÀ DI CONTENUTO si riferisce alla capacità dello strumento di rappresentare accuratamente l’universo dei comportamenti legati al costrutto che si vuole misurare. Non si basa su criteri statistici, ma sul giudizio di esperti del settore. Assume un rilievo particolare nei test di accertamento e profitto, dove è fondamentale coprire in modo esaustivo le competenze indagate.
- La VALIDITÀ DI COSTRUTTO accerta la precisione delle definizioni operative, evitando confusioni con costrutti diversi. Si compone di due aspetti distinti:
- Validità convergente: esprime il grado di accordo tra diversi tentativi di misurare lo stesso costrutto (es. due diverse misure di depressione devono risultare fortemente associate).
- Validità discriminante: esprime il grado di disaccordo tra i tentativi di misurare costrutti diversi (es. una misura di depressione non deve essere associata, o deve esserlo negativamente, a una misura di ottimismo).
- La VALIDITÀ DI CRITERIO rappresenta il grado di associazione tra la misura del costrutto d’interesse ed un criterio rilevante (un concetto teoricamente connesso). Anche questa si divide in due aspetti:
- Validità concorrente: criterio e costrutto sono rilevati nello stesso momento temporale. Non dipendono l’uno dall’altro ma sono aspetti diversi di uno stesso fenomeno (es. una misura di ansia associata ad una di depressione).
- Validità predittiva: il criterio è rilevato in un momento temporale successivo. Il costrutto di interesse spiega o predice il criterio (es. un atteggiamento favorevole verso un prodotto predice il futuro acquisto).
- La VALIDITÀ NOMOLOGICA è la forma più generale e astratta. Corrisponde al grado in cui l’insieme delle ipotesi basate sulla misura del costrutto vengono verificate all’interno di un vasto schema concettuale (rete di relazioni teoriche). Può essere vista come un’estensione su larga scala della validità di criterio: riassume un complesso di associazioni tra il costrutto e una molteplicità di criteri (es. la depressione si associa all’ansia, si contrappone all’ottimismo e predice tendenze suicidarie).

In sintesi, da un punto di vista scientifico ogni aspetto della validità è fondamentale, con la validità nomologica che riveste un ruolo primario nella ricerca di base.
Tuttavia, da un punto di vista applicativo, si possono privilegiare aspetti specifici in base allo scopo:
- la validità di contenuto è essenziale nei test di profitto;
- la validità di costrutto è centrale nei test diagnostici (per non confondere diagnosi diverse);
- la validità di criterio è prioritaria quando si vuole predire un comportamento a rischio (es. consumo di stupefacenti).